pascolo Val Basento - 2017

Pubblichiamo gli esiti delle analisi svolte grazie alla raccolta fondi avviata su Pisticci da numerosi cittadini ed associazioni, senza la cui solidarietà ad oggi non avremmo questi dati. Le analisi sono già state inviate per estratto o in originale a diversi enti ed autorità. Il tutto sarà pubblicamente discusso nel mese di luglio durante un pubblico incontro che sarà organizzato su Pisticci. I punti di prelievo di alcuni campioni, pur non riportando i nomi delle aziende/privati per ovvie ragioni, sono comunque georeferenziati. I dettagli completi dei privati sono stati comunicati all’autorità competente.

pascolo Val Basento – 2017

I dati sugli alimenti: formaggio e carne. Abbiamo acquistato presso una macelleria ferrandinese ( coordinate 40.496291, 16.457772 ) del fegato di podolica ( su Pisticci non abbiamo trovato rivenditori ufficiali di podolica – ndr ), sincerandoci previa discussione col personale, sull’origine della carne e le relative zone di pascolo. Purtroppo la legge non impone alcun sistema di tracciabilità sulle transumanze o sul pascolo, quindi ci siamo fidati obbligatoriamente del rivenditore, nonchè allevatore, che ha confermato quanto già in parte sapevamo, ossia che le podoliche locali pascolano prevalentemente tra il versante del Vella ( bosco di Salandra-Ferrandina ) e Pomarico, attraversando quindi anche la Val Basento, e su questo ormai abbiamo numerose fonti video e fotografiche. Nel fegato il laboratorio ha rilevato 880 milligrammi/kg di idrocarburi pesanti (C10-40)Nel formaggio invece, acquistato presso un produttore locale poco distante da Pisticci Scalo ( coordinate 40.411657, 16.557632 ), a valle del SIN e lungo la Basentana, qui i tenori di idrocarburi pesanti, nonostante le rassicurazioni ( confutate da altre fonti – ndr ) del produttore circa il fatto che gli animali non si avvicinassero mai al Basento, è stato di 578 mg/kg, ed il laboratorio ha confermato fuori referto la presenza anche di chetoni nel formaggio, ossia di problemi clinici nell’animale. Per realizzare un ulteriore raffronto sul campo, abbiamo acquistato un pezzo di pecorino romano in un supermarket di Pisticci, ed abbiamo richiesto la medesima analisi, rilevando nel pecorino romano 43 mg/kg di idrocarburi totali, ossia un/tredicesimo dei valori del formaggio locale. Da notare che la metodica d’analisi usata per la ricerca degli idrocarburi negli alimenti non è accreditata ufficialmente, quindi ha valore di mera ricerca sperimentale da verificare con ulteriori analisi, tuttavia la metodica usata è la medesima per i suoli: se questo campione di formaggio fosse stato “suolo” sarebbe oltre 10 volte la soglia di legge per l’inquinamento dei suoli ad uso verde pubblico, mentre il fegato sarebbe oltre soglia per i suoli ad uso industriale. Purtroppo su queste analisi con valore di ricerca, non legale, abbiamo svolto un’indagine volta a ricercare inquinanti non normati strettamente negli alimenti e quindi ancora non sottoposti a precisi disciplinari accreditati di analisi. Ci siamo spinti a cercare inquinanti ambientali non ricercati negli alimenti, adesso alle istituzioni ed ai consumatori l’ardua sentenza.

 

La sabbia della spiaggia bandiera Verde. Alle coordinate 40.290987, 16.777962 non lontano dalla foce del Cavone, e con un assetto del litorale battuto dalle mareggiate e dal vento invernale, quindi nettamente diverso dalle foto rinvenibili su Google Earth, abbiamo prelevato 4 kg di sabbia simulando una carota fino a 50 cm di profondità. Il laboratorio, diverso dal suddetto, ha rilevato non solo contaminazione in termini di legge per il parametro idrocarburi pesanti ( rilevati 133 mg/kg limite a 50 ) ma altrettanto importanti sono le rilevazioni della presenza di quasi tutti i metalli pesanti regolati dalla normativa, ad eccezione di tre: antimonio, berillio, cadmio, nichel, piombo, rame, vanadio e stagno. Se aggiungiamo a questo che per i sedimenti costieri le recenti normative (sotto allegate) richiedono la ricerca di decine di altre sostanze da noi non ricercate, e propongono per alcuni metalli valori guida più bassi dei limiti vigenti, allora il quadro si complica anche alla luce della mancanza di un piano di monitoraggio chimico dei sedimenti costieri. Se a questo aggiungiamo le carenze di studi relativi agli effetti sinergici sanitari dei metalli sopra rilevati con gli idrocarburi, allora come è possibile consigliare a mamme e bambini ciò che non si conosce approfonditamente? Naturali o antropici che siano le sostanze suddette, visto il contesto geologico ( del quale manca un punto zero – ndr ), i contaminanti in quanto tali, anche se naturali, possono essere tossici.

Le acque, una questione complessa. Il grosso dei fondi è stato assorbito dalle analisi idriche, svolte quasi tutte con il campionatore ( una senza campionatore è risultata comunque positiva a dimostrazione del fatto che il campionatore non è fondamentale per l’esito delle analisi, ovviamente ne è consigliabile la presenza ai fini del rilevamento di determinate sostanze che prevedono metodiche particolarmente delicate – ndr ). A Marconia la ricerca quantitativa sui PFOS-PFOA, inquinanti antropici persistenti già rilevati da Arpab nel Pertusillo, è stata per ora negativa ma l’analisi è stata parziale, quindi fondi permettendo procederemo ad ulteriore approfondimento. La fontana di via Vittorio Emanuele II ( presso oratorio e sala consiliare ) pur avendo una sommatoria di trialometani abbondantemente entro la soglia di legge, meriterebbe secondo noi un’indagine più approfondita l’andamento stagionale ed annuale del triclorometano (cloroformio), rilevato a 1,82 mcg/l e che nelle falde avrebbe singolarmente un limite di 0,15 mcg/l, ma questa è la legge italiana: inquinanti identici con limiti diversi a seconda della matrice studiata nonostante l’elevata tossicità. Fuori limite ( per i valori di linee guida che sono meno vincolanti dei valori di limite – ndr ) nelle acque della suddetta fontana, quella più indagata: la conta batterica totale (a 22 gradi) rilevate 110 colonie contro un limite di 100, e a 36 gradi con un limite di 20, valore riscontrato a 97. A supporto di questi sforamenti, vi sono in referto altri parametri ( ossidabilità di Kubel ed indice di Carbonio Totale – TOC ) che potrebbero denotare marginali effetti di un inquinamento organico del corpo idrico, ma occorrerebbe raffrontare queste analisi a quelle svolte negli anni dalle autorità pubbliche, che per quanto ci riguarda neanche riportano la ricerca di alcuni di questi parametri da noi commissionati. In aggiunta abbiamo rilevato nella fontana suddetta, ed in aggiunta presso quella di Piazza Plebiscito ( dinanzi la Chiesa di San Rocco ) e presso un’abitazione privata, anomali tenori di tensioattivi totali e fosfati compresi tra 0,23 e 0,48 milligrammi/litro ( residui tipici di detersivi o comunque attività antropica ) che nell’acqua potabile non dovrebbero comparire in queste quantità. Sommariamente si potrebbe dire che la “mediocre qualità” dell’acqua è tale da imporre alle pubbliche autorità, azioni immediate di indagine e monitoraggio e soprattutto un’analisi del rischio sanitario complessivo. Non vogliamo giudicare noi la potabilità, aspettiamo che siano le autorità a dire la loro, ovvio che nel frattempo a titolo precauzionale non si può omettere di dire che tali tenori denotano comunque una potenziale non salubrità dell’acqua: il concetto di potabilità è un parametro legislativo e non puramente scientifico, infatti la ricerca di sostanze non direttamente disciplinate dal dlgs 31/2001 ma con esiti positivi ( vedasi vicenda PFAS in Veneto ) può pregiudicarne comunque la potabilità, previ monitoraggi specifici e reiterati da parte delle autorità – ciò che manca in Basilicata da sempre. Ovvio che se abbiamo trovato tensioattivi e fosfati in tre punti diversi distanti anche chilometri da loro, allora il problema potrebbe essere “di rete” e forse continuativo, visto che sono passati anche diversi giorni tra il primo campionamento non accreditato ed i successivi accreditati. Nella conta batterica totale potrebbero ritrovarsi, secondo letteratura, anche tutta una serie di virus e microrganismi/uova, potenzialmente molto pericolosi ed ufficialmente mai ricercati in Basilicata. Abbiamo ricercato inoltre in due fontane, fibre d’amianto e glifosato, con esiti negativi.

Riflessioni in una cristalliera. C’è qualcosa che non va nell’acqua come negli alimenti e con queste analisi in alcuni casi abbiamo superato anche ” i limiti dei limiti di legge” facendo una piccola ricerca. In Italia ed in Europa molte sostanze non sono regolate, altre regolate male, e l’esito delle analisi è così delicato da interpretare che ad oggi nonostante abbiamo interrogato: autorità locali varie, EFSA, Commissione UE, Istituto Zooprofilattico e Ministero Salute nessuno ci ha dato ancora un parere completo e firmato, anzi le poche risposte e telefonate ricevute hanno tradito un certo nervosismo ( ne parleremo nella seconda parte ). Essendo analisi accreditate (in buona parte) e libere, ma private e parziali, l’unico obiettivo concreto raggiungibile è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e la responsabilizzazione dei controllori, spingendo i primi a controllare in maniera autonoma ciò che mangiano o bevono; i secondi a fare meglio il loro lavoro. Le autorità pubbliche si sono attivate dietro le nostre segnalazioni, ma chi si fida? Quando saranno pubblicate le analisi e come? Potremmo scrivere decine di considerazioni ulteriori ma preferiamo per ora essere sintetici e rimandare la discussione di ulteriori dettagli al convegno che organizzeremo su Pisticci a luglio. Certamente gli alimenti non vengono controllati come dovrebbero, le analisi sanitarie sono slacciate dalle criticità ambientali, così come ai pascoli viene lasciata ogni libertà d’attraversamento di zone inquinate o potenzialmente ricettrici finali di scarichi industriali purtroppo non segnalate visivamente, l’inquinamento del SIN si sposta e nessuno ne previene i danni, e per ipotesi, l’acqua potabile risente probabilmente o di perdite fognarie bianche o di reti altre, come quelle di scolo/meteoriche, oppure ci sono altri problemi che con i dati attualmente in nostro possesso non riusciamo a delineare, fatto sta che la qualità delle acque potabili viene monitorata male e probabilmente ciò nel tempo ne ha pregiudicato anche la qualità. Forse la bandiera verde a Marina di Pisticci andrebbe data dopo idonea caratterizzazione/studio dei suoli eseguendo una maglia di centinaia di metri con carotaggi a diverse profondità, e solo dopo, se confermata da analisi negative e supportata da criteri scientifici certi e terzi, allora conferita un’etichetta di idoneità per mamme e bambini. Vediamo cosa faranno le istituzioni, l’esito delle loro analisi, la trasparenza sul loro lavoro etc etc, la loro capacità di esprimersi oltre i ragionieristici limiti di legge, noi intanto dimostriamo carte alla mano che nei cibi, come nelle acque, come sulla spiaggia, ci sono anomalie, alcune gravi, delle quali non sappiamo origine e durata ( gli idrocarburi pesanti per esempio sono alcuni tra i contaminanti oltre soglia del Sin della Val Basento ). Il legislatore italiano è lento ed omissivo e nell’aggiornare le leggi ambientali e sanitarie, in molti casi non si dà un limite di legge o non lo si ribassa, perchè la responsabilità di vietare qualcosa e di creare danni economici o d’immagine non se la vuole prendere nessuno, e la salute viene sempre dopo l’economia, soprattutto nelle aree povere o politicamente compromesse.

pascolo Val Basento – 2017

Le zone grigie dei controlli. Purtroppo il legislatore, nazionale ed europeo, non ha per gli idrocarburi pesanti ( C10-C40 quelli rilevati nel formaggio e nel fegato ) limiti di legge ma linee guida, consigli, ed include gli idrocarburi nella famiglia più vasta degli “oli minerali“. L’autorità europea per la sicurezza alimentare, l’EFSA, ha proposto anni fa un indice, il MOSH, che consiglia dosi giornaliere comprese tra i 0,03 ed i 0,3 mg/kg rispetto al peso corporeo, vuol dire che mangiando 100 grammi di questo formaggio basentano, si assume mediamente e potenzialmente una dose di 57,8 mg di idrocarburi pesanti, oppure 88 mg/kg nel caso del fegato. Premesso che l’Efsa consiglia di non superare i 0,3 mg/kg per kg di peso corporeo giornalieri, i valori nel formaggio pisticcese per esempio sarebbero 192 volte la soglia consigliata per kg, a fronte di una quantità massima assimilabile giornalmente e complessiva di circa 21 mg circa per un adulto di 70 kg, e siamo invece a 293 volte ( rispetto allo 0,3) per il fegato. Al tutto dobbiamo aggiungere la mancanza di studi tossicologici a lungo termine ed estesi, in merito alla tossicità degli idrocarburi pesanti che a seconda della loro conformazione hanno e possono avere comportamenti e tossicità differenti e che l’EFSA parla degli oli minerali in generale, riferendosi a quelli ceduti da imballaggi, inchiostri ed additivi alimentari, cosmesi ed igiene esclusa, ove ritroviamo altri oli minerali, e quindi non a quelli trasmessi da eventuali contaminazioni ambientali, infatti la stessa IARC definisce cancerogeni certi gli oli minerali poco trattati – gruppo 1, e non cancerogeni quelli raffinati ( gruppo 3 – il “non cancerogeno non significa non tossico – ndr”). Quindi il conteggio da noi simulato è sui soli idrocarburi presi dal formaggio o dal fegato, escludendo tutte le altre potenziali fonti giornaliere d’esposizione. Per esempio l’EFSA addebita agli idrocarburi pesanti C16-35, danni al fegato ed alle vie biliari, precisando che alcuni effetti tossici non sono ancora noti. Noterete la precarietà nelle normative, ove UE e singoli stati propongono oscillazioni  per gli idrocarburi tra lo 0,01 ed i 0,6 mg/kg anche in base alla tipologia di idrocarburi, premesso che ad avere precedenza normativa sono gli IPA, in quanto cancerogeni certi. Quindi di fatto sia il consumatore che i laboratori d’analisi, sul fronte della ricerca di idrocarburi leggeri/pesanti negli alimenti si trovano in un limbo non normato dalla politica.

Quindi abbiamo svolto analisi che vanno anche oltre “i binari stretti delle leggi e degli accreditamenti” in quanto il sistema e le sue leggi, scritto da politica e gruppi d’interesse, spesso non tutela il consumatore perchè non si aggiorna con velocità ai progressi scientifici, qualora quest’ultimi siano sempre liberi. Tensioattivi e fosfati non compaiono mai nella analisi di Acquedotto Lucano da noi visionate, nè in quelle di Arpab, in quanto parametri “accessori”, che andrebbero episodicamente o specificatamente controllati, e se rilevati, monitorati nel tempo, tuttavia in un paese con una vecchia rete idrica, conclamati problemi sia fognari che di dissesto idrogeologico, cercare questi parametri era logico e doveroso da tempo. A questo punto c’è da chiedersi: chi si prenderà la responsabilità di verificare il danno sanitario causato da questi valori? Le sorgenti di contaminazione quali sono e da quando tempo sono attive? Ci sono punti di contatto o di contaminazioni indirette tra: fogne, falde, rete potabile e rete di scolo? Noi aspettiamo ancora tante risposte dalla selva di enti interrogati ed informati su queste analisi a partire dal 24 maggio. Chissà chi e come ci risponderà, intanto il nostro consiglio è per i locali di: – ripetere le analisi per i parametri qui positivi ( sotto tutte le analisi allegate, pagate da pochi ma a disposizione di tutti – ndr ) scegliendo in base alle proprie conoscenze o volontà cosa ricercare e dove, rivolgendosi magari con campioni anonimi anche a più laboratori se possibile. In caso di esito positivo noi siamo qui, pronti a darvi una mano e ad allargare la mappa delle anomalie, anomalie che potrebbero in alcuni casi essere anche intermittenti o con andamenti discontinui. Se la legge e la ricerca viaggiano su binari a volte separati chi tutela chi? Attendiamo gli attacchi e le delegittimazioni sulle analisi, per questo abbiamo diviso il discorso tecnico-oggettivo da tutto il resto, assai più delicato, di cui scriveremo nella seconda parte.

FINE PRIMA PARTE