Sono successe tante cose negli ultimi mesi: sono arrivate le prime condanne definitive per diffamazione al legale rappresentante di Cova Contro, delle quali scriveremo prossimamente, per una la sentenza è clamorosa: 8 mesi di carcere con pena sospesa per una frase ma andremo davanti la CEDU, tra Cassazione e Consiglio di Stato le spese legali di Cova Contro hanno superato i 240mila euro, di soli processi penali senza contare il civile, e le mediazioni, siamo a quota 25 procedimenti, dei quali due finiti con condanna penale ed uno solo di natura civile, e di questi tre uno in attesa di ricorso straordinario ed un altro impugnato presso la Cedu. Per la libertà di parola, di critica, per salvare la verità nella nostra terra qualcuno si sacrifica materialmente e moralmente: conti pignorati, vita da protestato, certificato penale non più intonso ma il sapore della libertà e della disobbedienza civile rimane unico e vitale.
Nonostante la grande mole di archiviazioni ed assoluzioni anche da innocenti mai nessuno è stato condannato a pagarci le spese legali mentre noi sì siamo stati condannati a pagarle anche quando l’altra parte non ha dimostrato la rilevanza penale delle nostre parole, insomma una giustizia di provincia chiaramente ignara dell’esistenza del diritto di cronaca e di critica in almeno un caso su tre.
Premessa la ferrea convinzione di votare No al prossimo referendum costituzionale, è altrettanto certo che questo referendum non lambisce minimamente quei mali che noi viviamo sulla nostra pelle, ovvero:
- la separazione va fatta dal contesto geografico e non dalle carriere. In Basilicata veniamo indagati, rinviati a giudizio e giudicati da toghe anche non vincitrici di concorso, o che vivono in regione da decenni senza alcuna rotazione obbligatoria. Una vera riforma dovrebbe imporre, come per gli ufficiali dell’Arma, la rotazione costante delle sedi di lavoro: in Basilicata abbiamo toghe che hanno fatto quasi tutta la carriera nel medesimo capoluogo, al massimo cambiando provincia nella medesima regione. Questa è una metastasi che oggi non ha cure nè prevenzione ma ha portato delle degenerazioni;
- chi ha fatto politica non può tornare a fare il giudice nel medesimo territorio dove ha fatto il politico, oggi invece è possibile, basta farsi 6 anni fuori e si risolve ogni incompatibilità;
- la capacità di un magistrato deve avere valutazioni pubbliche: ogni cittadino deve poter facilmente leggere la carriera ed i risultati di un magistrato valutando il numero e la tipologia delle indagini aperte, dei relativi costi e dei rispettivi risultati finali. Chi è bravo andrebbe premiato, un bravo magistrato può risollevare le sorti di un territorio, di imprese e famiglie, e vanno tutelati al meglio;
- va depenalizzato il reato di diffamazione e portato solo in sede civile con l’obbligo della quantificazione del danno in modo tale da rendere automatica la temerarietà: se mi chiedi 30 mila euro di danni e non li dimostri, i 30 mila più le spese legali le devi dare al querelato. Al contempo andrebbero accorciati i tempi per la prescrizione della diffamazione mezzo stampa, oggi troppo lunghi rispetto alla leggerezza del reato;
- rendere trasparenti le politiche di gestione dei tribunali: il cittadino deve essere certo che il rinvio a giudizio per reati bagatellari, come la diffamazione, siano frutto esclusivo di una valutazione giuridica e non di logiche numeriche che devono giustificare l’apertura dei piccoli tribunali provinciali. Occorre capire come e quando la macchina della giustizia lavora per sè stessa e non per lo Stato di diritto;
- estendere e rafforzare il gratuito patrocinio;
- applicare la Convenzione di Aarhus calmierando il ricorso alla giustizia amministrativa da parte dei portatori di pubblici interessi.
In questi anni dentro e fuori dalle aule ho visto e sentito di tutto, dal PM che ci confessò la volontà di imbavagliarci alla funzionaria del tribunale lucano beccata a dare i nomi delle famiglie esposte a pignoramenti ed altre misure similari al politico di turno in cerca di voti facili e disperati. Oppure per i reati ambientali servirebbe una procura nazionale ad hoc; rivedere i criteri di nomina dei CTU per i reati ambientali, capire come sia possibile insabbiare e cestinare le denunce rendicontando al pubblico queste dinamiche decisorie, oppure come si distrae una denuncia per inquinamento in diffamazione, ed una volta non dimostrata la diffamazione si insabbia la questione ambientale denunciata. Ricordiamo quando l’ex procuratrice materana, Celestina Gravina, parlava dell’inquinamento dell’Itrec come “chiacchiere da comari”, lei come altri che hanno preso sottogamba gravi questioni, non pagheranno mai, ed anche questo è sbagliato. Così come il CSM dovrebbe prendersi una responsabilità indiretta concreta quando sbaglia le nomine sui procuratori capo, nomine che in molti casi hanno nuociuto alla Basilicata. Deve essere più semplice anche ricusare l’incompatibilità di un giudice, oggi sistema solo a carico dell’imputato. Serve capire come l’inefficienza delle indagini segua i nomi dei togati: un soggetto scarso nel rendimento presso la procura di Matera guarda caso viene poi spostato su Milano ed anche lì i procedimenti a carico di una grossa multinazionale operante in Basilicata finiscono in nulla di fatto.
Votiamo No ma i problemi reali della giustizia non sono quelli di cui si sta parlando quotidianamente, a lottare sono due elitès, per i poveri già non c’era giustizia oggi in più c’è anche il tentativo del Sì di controllare la magistratura solo a favore dei potenti. Stiamo perdendo la libertà di stampa e di manifestazione e ci preoccupiamo della separazione delle carriere, come dire che mentre la nave affonda noi ci preoccupiamo di lustrare la sala da ballo.
