il COVA - luglio 2016

In questi giorni il caso “tangenti petrolifere” in Brasile riempie i notiziari di tutto il mondo. E come in Italia si sta passando la storia per semplice corruzione. Semplice perché sotto la bandiera mediatica della corruzione ci sta ben altro. Corporation, ingerenze sui governi, sicari, e organizzazioni mafiose, è il business tra Sud America e Italia.

Golpe e rivoluzioni. Molti analisti spiegano che la seconda guerra mondiale servì agli Usa per capire l’importanza del petrolio nelle future guerre, e alla CIA per spedire sciacalli in giro per il pianeta a felicitarsi con neoeletti presidenti. Offrivano milioni di dollari se erano gentili con gli amici dello Zio Sam che gestivano le compagnie petrolifere. Proiettili in caso mantenessero promesse elettorali di stampo filocomunista. Tra assassinati e rovesciati figurano Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Roldos in Ecuador, Torrijos a Panama. Erano gli interessi Usa in Sud America. Nient altro. E tutto filò liscio sino agli inizi del Duemila, quando oltre a Hugo Chavez eletto in Venezuela nel ’98 col 56% dei voti, arrivarono Lucio Gutierréz in Ecuador, Luiz Inacio Lula da Silva in Brasile, Nestor Kirchner in Argentina, e Tabaré Ramon Vaquez in Uruguay. Tutti d’accordo contro lo sfruttamento di risorse da parte di corporation straniere e favorevoli a usare  petrolio e gas per aiutare la  povera gente. Nel 2002, anno della schiacciante vittoria di Lula che aveva fondato il Partito dei lavoratori (PT, ndr) strillando che i soldi del petrolio erano dei poveri brasiliani e bisognava ritrattare i debiti illegali con il Fondo Monetario Internazionale, per destituire Chavez che affermava di riappropriarsi del controllo delle risorse energetiche dell’America Latina, la CIA inviò a Caracas sciacalli che riuscirono a far marciare migliaia di persone verso il palazzo presidenziale. In 24 ore la capitale fu la scena di un golpe sponsorizzato dallo Zio Sam e un contro-golpe dei fedelissimi di Chavez, grazie a cui El Presidente tornò al potere. Questi fatti rinfrancarono i movimenti nazionalistici, e Lula finì tra i leader della “svolta a sinistra” sudamericana.

L’impeachment brasiliano. Alle corporation però, non è mai importato il colore politico, e dove c’è petrolio la corruzione abbonda. È matematico. Emblematica la Bolivia di Gutierrez eletto con una coalizione di sinistra nel 2002, e spodestato due anni dopo dalla sinistra di Evo Morales che denunciò il saccheggio delle corporation e ordinò all’esercito di occupare i pozzi di petrolio e gas per metterli sotto il controllo dello Stato. Di questi giorni invece, la richiesta di arresto dell’ex presidente Lula da parte della procura di San Paolo per le tangenti della corporation petrolifera di stato brasiliana Petrobras. Per sottrarlo all’arresto il governo di Dilma Roussef dello stesso PT coinvolto nell’inchiesta che aveva eletto prima Lula, lo ha nominato ministro della Casa civile. Una storia che fotografa i modi in cui il mondo politico viene ingurgitato da quello petrolifero. Miliardi di dollari tra governanti, funzionari, imprenditori, e un giro di persone che ha toccato la Roussef che all’epoca dei fatti, quando i dirigenti avrebbero gonfiato contratti per le infrastrutture petrolifere, era presidente del consiglio di amministrazione Petrobras. Così sarebbero uscite le tangenti per le campagne elettorali del PT che governa dal 2003. Ma il problema della corruzione non è di un solo partito. Nel 2007 un consulente di Lula svelò l’enorme pressione subita dal presidente e il ruolo della corporatocrazia. Non si trattava, disse, soltanto di colpi di stato o assassinii, né di stringere patti e falsificare previsioni economiche, o creare schiavi mediante debiti che gli Stati non avrebbero mai potuto ripagare. Era qualcosa di più profondo. La corporatocrazia controllava tutti i partiti politici, persino i candidati comunisti più radicali, quelli che sembravano opporsi fieramente agli Usa. E c’erano molti modi per assassinare un leader che minacciava l’egemonia statunitense chiarì. La CIA disponeva di prove contro chiunque, e Lula coi suoi scheletri nell’armadio era già parte del sistema. E se si fosse spinto oltre Washington ci avrebbe messo poco a farlo fuori politicamente.

 

Il petrolio visto dalla ‘Ndrangheta. Alla luce di quanto accade oggi c’è da chiedersi se e perché Washington abbia deciso che per Lula e il suo partito è arrivato il capolinea. Certo è pronto qualche altro candidato, e non importa se di destra o sinistra. Diventa invece assai più interessante concentrarsi sulla parte della storia che riguarda il controllo politico esercitato dalle corporation del petrolio. Nel 2007 mentre il consulente di Lula rivelava con ampio anticipo lo scandalo che avrebbe colpito il Brasile, la Questura di Reggio Calabria intercettava Aldo Micciché. Uno che quando racconta d’esser stato segretario della DC a Gioia Tauro alle elezioni politiche dice che “la Piana era Cosa Nostra”. E intercetta anche Antonio Piromalli, figlio del boss Giuseppe, e poi Massimo De Caro della Avelar Energy srl, il senatore Marcello Dell’Utri del PdL berlusconiano, e una serie di altri soggetti ruotanti attorno alla ‘ndrina dei Piromalli, che grazie a politici compiacenti scrive la Questura, si è sovrapposta e intrecciata “inestricabilmente” con segmenti delle istituzioni. Certo tra Piromalli e Miccichè c’è affetto. Legami radicati nel tempo, dall’amicizia con il patriarca della famiglia Don Mommo. In Venezuela Miccichè fa il faccendiere, e sviluppa grossi contatti con esponenti politici nazionali e regionali. In quel periodo in Venezuela per De Caro portava avanti una trattativa per due contratti gas e petrolio. In una delle tante conversazioni disse a De Caro che doveva capire che in Venezuela “la corporation di stato del petrolio Pedevesa è il punto di riferimento di finanza e affari”, e che su Pedevesa c’è “uno scontro tra gruppi politici che sostengono o devono uccidere il presidente Chavez”. In una lunga telefonata del 2007 Miccichè ribadì a Dell’Utri che Chavez secondo le prospettive non aveva più di 4-5 mesi di vita. Era l’anno in cui El Presidente aveva fatto infuriare l’altro presidente Usa, G.W. Bush, per la profusione che metteva verso la nazionalizzazione di settori strategici prima appannaggio statunitense.

Truffa all’OPEC? L’importante è fare affari. A De Caro per spiegare la situazione di questi gruppi di potere attorno alla corporation nazionale venezuelana del petrolio, Miccichè fa l’esempio della mafia, nella quale, gli dice, ogni famiglia, quindi ogni gruppo, si fa i propri affari. E gli dice pure che dei quattro gruppi attivi nella contesa su Pedevesa due ce li avevano in pugno, e uno di questi era pronto a firmare un “contratto di spot per il petrolio”. De Caro a quel punto si preoccupa del tipo di contratto ribadendo a Miccichè che spot indicava un contratto per una sola volta. Ma il buon Miccichè lo rassicurava. “Giustissimo – riferì al telefono – quello che tu dici, però loro lo presentano come contratto spot per mascherarsi rispetto all’OPEC e chiaro o no? Ma in effetti lo proseguono, perché da dove nasce? Nasce dal raccordo”. “Praticamente – dice più avanti – sono come i ladri di Pisa… quindi questi può darsi che oggi ti danno quello ecuadoriano, domani ti daranno quello di Petrobras”, in fondo a loro, ricordava Miccichè, non interessa con chi faranno affari, l’importante è che questi affari li faranno. Nonostante si tratti di raccordi che urtano l’iter internazionale come ribadisce lo stesso Miccichè in altra conversazione, “c’è da considerare che in cambio avranno 1.5 dollari al barile che non potrebbero ottenere diversamente”. In altra telefonata De Caro chiede se si tratta del solo accordo con la corporation di Stato ecuadoregna Petroequador, e Miccichè risponde che anche Petrobras o quelli dell’Argentina ecc. ecc. non erano “alieni alla stessa operazione”.

Pizzini e milioni di dollari. Quanto vale l’operazione, visto che nessun partito è esente da intrallazzi, lo scopriamo da altre telefonate tra Dell’Utri, De Caro, e Miccichè. In una tra i tre Micciché dopo aver esternato a Dell’Utri di non vedere l’ora di abbracciarlo gli dice di voler risolvere “il problema del petrolio” e avviare la “faccenda del gas”. De Caro replica che sta preparando una lettera di intento in cui scriverà che si creerà un gruppo di lavoro tra Pedevesa e Avelar e in trenta giorni sarà prodotto un memorandum al fine di realizzare cinque progetti mirati allo sfruttamento di giacimenti di gas tra Venezuela e Italia. Si parla di un contratto di tre milioni di barili di petrolio al mese per tre/cinque anni con Carlo Aguero della vecchia guerriglia ai tempi della rivoluzione boliviana, una delle fazioni in lotta per il controllo della Pedevesa che Miccichè dice d’avere in pugno. De Caro a quel punto ribadisce che l’indomani si sarebbe interessato del contratto di un milione di barili al mese di greggio con l’Ecuador, e di quello di tre milioni al mese con Aguero, e rammenta a Miccichè “l’appunto scritto da lui a mano” e inviato al “senatore” nel quale si parla dell’accordo stretto con Pedevesa. E chiude sottolineando a Miccichè che “è anche interesse di questi signori chiudere i contratti perché con quattro milioni di barili al mese e con 1.5 dollari al barile guadagneranno 4.5 milioni di dollari al mese.” A gennaio 2008 Miccichè chiama De Caro e parlano ancora della disponibilità di petrolio di Pedevesa e Petrocaribe, consorzio voluto da Chavez come alleanza petrolifera tra Venezuela e Stati caraibici per contrastare la corporatocrazia Usa, e di un “petrolio strano di Petrobras”. Certo Avelar Goup della holding russa Renova è abituata a trovare sempre il modo di fare affari con corporation di Stato, come Petrobras. Per sfruttare le riserve in Angola si consorzia spesso con Petrobras attraverso la Falcon Oil & Gas Ltd di cui detiene il 16%. I contratti sudamericani però, per Miccichè potrebbero essere ottenuti in un paio di settimane solo se riuscissero “a bruciare Chavez prima di febbraio”.

Banche e petrolio. Miccichè De Caro e Dell’Utri sanno però che con Chavez non c’è niente da fare, concordano sul fatto che potrebbe restare in carica sino al 2012, e “se il nemico è forte bisogna avvicinarlo”. Avvicinamento che avviene attraverso una finanziaria della Pedevesa che partecipa nel Banco del Sud, un neo istituto finanziario sudamericano di cui avevano firmato l’accordo per l’acquisto dei titoli Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Paraguay e Venezuela. Acquistando in anticipo da Pedevesa i titoli del Banco del Sud Miccichè e compagnia avrebbero ottenuto l’accesso agli affari petroliferi in America latina, dalla Pedevesa a Petrobras ecc. Miccichè spiega quella che definisce operazione bancaria di una facilità enorme, un gioco a tre banche. Il banco beneficiario, Banesco società anonima, ha un conto alla JP Morgan che gira l’importo su conti “a nome mio – dice a De Caro – a nome tuo e al nome del signor X di cui aspetto il nome da parte del senatore”. Un conto che non serve solo per quella operazione perché grazie al collegamento con Pedevesa “potrebbe servire anche per tante altre cose”. Un conto su cui avrebbero dovuto “buttare tutto quello che non si guadagna”. E sì, in fondo JP Morgan non è una banchetta si ripetono al telefono, e i direttori di New York e Panama sono amici loro, l’importante è fare in modo di poter aprire “rapporti di off-shore” e ritrovarsi per “sodali di presentazioni” in cui Micciché spieghi ciò che vuole realizzare in Venezuela. In America Latina ci stanno poi altri amici, tanto che Miccichè ricorda che sono una forza in grado di esprimere un deputato e un senatore, e hanno gente già operativa a presentare leggi favorevoli ai loro business.

Dove tutto è più semplice. Come il Sud America anche la Basilicata ha visto un susseguirsi di scandali. Dal Centro Oli Eni a quello Total, dagli smaltimenti illeciti all’inquinamento, dai rischi per l’ecosistema a quelli  per la salute pubblica. Scandali di cui esiste ampia documentazione e che completano il quadro petrolifero su cui riflettere. Sappiamo che nel periodo degli interessi in Sud America i Piromalli, via Dell’Utri Miccichè De Caro, c’erano anche interessi in Italia. E nel 2009 Dell’Utri finì indagato in una inchiesta fiorentina per presunte tangenti russe che dovevano favorire il progetto di stoccaggio di gas in Basilicata. Assieme a lui sul registro degli indagati fu iscritto per l’ipotesi di corruzione Vincenzo Sacco, cognato di De Caro e funzionario del Ministero dell’ambiente. Guarda caso Sacco era stato nominato Capo della Commissione che analizzò e diede parere positivo alla Valutazione di impatto ambientale (VIA, ndr) per i siti di stoccaggio di gas nei pozzi Eni tra Grottole Ferrandina e Pisticci. Nel 2008 la Prefettura di Reggio Calabria definì Vincenzo Ruggiero, altro membro della Commissione VIA dal 2005, “fortemente sospettato di essere asservito alla cosca Piromalli-Molè-Stillitano”. Insomma nella commissione sembra ci sia gente loro, e alla fine il progetto fuvenne vinto dalla dalla Geogastock spa, una controllata della Avelar Energy Group di cui De Caro era parte. La Basilicata inoltre, non è l’Africa o il Sud America dove bisogna ingraziarsi gruppi militarizzati che si scannano per il controllo del petrolio. La Basilicata petrolizzata è diversa, più simile a un Olimpo dei miracolati fatto da un sottobosco di politici, sindaci, funzionari, imprenditori come dice la magistratura. L’Eldorado dell’oro nero poi, tra le più grandi riserve europee onshore, è luogo battezzato nel 2000 dall’European Investment Bank (EIB, ndr) che con un prestito di duecento milioni di euro all’Eni diede via allo sviluppo dei due campi in Val D’Agri. È terra di perenne Obiettivo 1, regione da sempre sottosviluppata per la UE da cui riceve per questo fondi. Proprio il sottosviluppo è stato il motivo principale che ha fatto sì che all’Eni venisse accordato il prestito. Per l’EIB bisognava promuovere il petrolio “locale”, ma i ricavi sono andati altrove visti gli scarsi risultati sul territorio. In fondo, ha osato dire una volta una regista di origini lucane, la Basilicata è una terra dove tutto resta uguale. Tutto è più semplice, anche in affari. Basta avere tra i banchettanti del piatto petrolifero la ‘ndrangheta, un cognato capo commissione VIA, qualche politico, e il gioco è fatto.