il COVA di Viggiano - 2016

Una ‘diga’ di veleni sotterranei e nessun responsabile

di Giorgio Santoriello

Le acque emerse a Costa Molina 2 di cui si è occupata la geologa Albina ColellaLe acque emerse a Costa Molina 2 di cui si è occupata la geologa Albina Colella (foto Albina COLELLA)

Nel B.u.r. n.31 della Regione Basilicata del 16 agosto scorso comparve la solita delibera ferragostana, importante nell’oggetto ma telegrafica nella forma: una ventina di parole (contate) per dire che il pozzo di reiniezione Costa Molina 2 era interessato da un piano di caratterizzazione: ossia per legge si stava procedendo a studiare un’area colpita da contaminazione ambientale, una contaminazione strana che Eni addosserà indovinate a chi? Ma a madre-natura stessa, perché Eni non sbaglia invece Dio si. La delibera in questione è la n. 960 del 30 luglio, pubblicata on-line dopo oltre 60 giorni dall’approvazione in giunta.

Cosa è successo tra Montemurro e Viggiano dal 2010 al 2012? L’Arpab nel settembre 2010 comunica la contaminazione delle falde monitorate dai piezometri della rete di monitoraggio di Costa Molina 2: i piezometri “Pz-5/7” collocati lungo la condotta di reinieizione sforano il parametro del ferro con valori medi che si attestano ad oltre 80 mcg/l oltre la soglia di legge ma anche gli idrocarburi affollano le falde nel mese di ottobre arrivando a 650 mcg/l, quasi il doppio del limite di legge. Gli sforamenti per questi due parametri continueranno anche nel 2011 e nel 2012, mentre per il 2013 ancora non vi è un report definitivo, quindi l’Arpab da un anno e mezzo non fornisce più alcun dato su Costa Molina 2.

L’Eni voleva chiudere la questione ma qualcuno si oppose. L’Eni si trova così costretta a presentare nel 2012, un piano di caratterizzazione (l’azienda dice come stanno le cose autocontrollandosi ) ma durante la conferenza di servizi dell’ottobre 2012 qualcuno in Regione Basilicata conserva la schiena dritta ed esprime voto contrario al piano Eni: il rappresentante dell’Ufficio Ciclo delle Acque del Dipartimento Ambiente. Eni vuole chiudere velocemente la questione ma l’Ufficio Ciclo delle Acque si pronuncia “non competente in maniera esclusiva in materia di reiniezione” rimandando la caratterizzazione presentata da Eni alle autorità competenti (non specificate ). Arpab aveva in sede di conferenza, assunto l’impegno a svolgere in contradditorio con Eni il 10% delle analisi mentre Eni si impegnava a svolgere per un anno le analisi su falde e sorgenti della zona che in seguito avrebbe mensilmente inviato ad Arpab, per la validazione; Eni avrebbe dovuto altresì chiarire la correlazione tra le acque di contrada La Rossa (liquami affioranti dal suolo) e la reiniezione. Eni doveva terminare la caratterizzazione entro 180 giorni dalla notifica dell’atto.

L’Eni affermò che il ferro in eccesso nelle acque della zona era naturale, tuttavia la Csc venne superata nell’ottobre 2010 anche per gli idrocarburi. La Regione tuttavia sottolineò che ferro e idrocarburi sono altresì ascrivibili all’attività di reininezione, come previsto dal piano di monitoraggio, e che Eni deve applicare il protocollo Ispra per “l’individuazione dei valori di fondo delle sostanze inorganiche nelle acque sotterranee” quindi il punto bianco delle falde dovrebbe farlo l’Eni (in contraddittorio, si presume, senza certezza ma a rigor di logica). Tuttavia dal verbale della conferenza e relativi allegati risulta che “La condotta di reiniezione non avrebbe ancora tutte la autorizzazioni perché scadute o in corso di approvazione” (p.2 del verbale della conferenza). Il piano di caratterizzazione presentato da Eni è stato bocciato da Arpab nel 2013, perché mancavano: “ulteriori indagini sui suoli, un altro pozzo speculare da realizzare e il piano Eni non prevedeva la ricerca di Ipa, Btex e metalli, ma cosa ancora più grave è che l’Arpab ammette nel 2011: “di non sapere la composizione dei fluidi che scorrono nella condotta.”

I ritardi voluti della Giunta De Filippo? L’Eni risponde alle richieste dell’Arpab il 28 maggio 2012 ma la giunta regionale acquisisce la nota il primo giugno 2013, ossia più di un anno dopo. L’Arpab nell’ottobre 2013 conferma che: “i pozzi d’ispezione devono essere riallocati e realizzati con materiale atossico (?), occorre rivedere le metodiche di campionamento, la ricerca degli inquinamenti deve rispecchiare le prescrizioni di legge come previsto dalla Parte IV del dlgs. 152/06, la metodica di campionamento Eni deve essere concordata con Arpab.” Dalla delibera si desume che le analisi Arpab nell’area di Costa Molina 2 siano andate avanti mensilmente fino a maggio 2013. Dal febbraio 2010 al dicembre 2012 l’Arpab ha riscontrato almeno cinque sforamenti della c.s.c. per ferro ed idrocarburi in diversi pozzi di monitoraggio di Costa Molina 2. L’Eni afferma di avere un bianco ambientale della zona svolto nel 2011, che la condotta è integra e che il ferro è naturale mentre sugli idrocarburi rigido silenzio anche da Eni che non adduce motivazioni. Ma l’Arpab nella conferenza dell’ottobre 2013 non rimane a guardare ed “impone” ad Eni di svolgere un’estesa indagine geo-chimica volta a seguire i protocolli Ispra/Iss tracciando del suolo e delle falde tutte le caratteristiche chimiche. L’Arpab chiede di aggiornare il piano di monitoraggio di Costa Molina 2, fermo alla determina dirigenziale del maggio 2006, quindi prima dell’entrata in vigore del dlgs 152/2006. Eni ribadisce che la reiniezione non ha nulla a che fare con l’affioramento delle acque maleodoranti di contrada La Rossa e che non necessita neanche di “ulteriori approfondimenti l’indagare la responsabilità dell’inquinamento”: Eni usa la parola inquinamento, quindi riconosce un fenomeno non naturale ma artificiale?

All’Ufficio Ciclo delle Acque qualcuno provò a far rispettare la legge. L’Ufficio Ciclo delle Acque nell’agosto 2013 comunicò ad Eni di non poter autorizzare la reiniezione a Costa Molina 2 mentre l’Ufficio di Compatibilità Ambientale disse sì. L’Eni assunse in definitiva il compito di comunicare mensilmente con dati e relazioni allegate, i risultati dei campionamenti ambientali della zona di Costa Molina e La Rossa. Quindi nel novembre 2012 un ufficio del Dipartimento Ambiente sembra abbia fatto il suo dovere fino in fondo, e degna di nota è non solo la notizia di per sé ma quello che l’ufficio chiese in seguito alla giunta regionale in merito all’A.I.A. del Centro Oli di Viggiano: – Eni dovrebbe scaricare le acque nelle medesime cavità da cui estrae, – la verifica della reale composizione delle acque di scarto, – un piano di monitoraggio delle falde, – Eni deve indagare tutta l’area attigua alla reiniezione non solo la condotta o la testa del pozzo, – l’Arpab deve controllare senza avvisare Eni; – la registrazione in continuo dei dati, – programmazione degli scenari futuri ed “in caso di incidente o malfunzionamento degli impianti di reiniezione, il tutto deve essere immediatamente comunicato ad Arpab e Regione – pena il blocco immediato delle attività e la revoca dell’aia”. Il documento è firmato dal dirigente dell’epoca, Francesco Ricciardi e dal Funzionario P.O.- Arch. Paolo Baffari.

Cosa c’è nelle acque di reiniezione? L’attività di reiniezione, pare ufficialmente avviata nel giugno 2006, fu preceduta da una campagna di monitoraggio eseguita dal 24/04/2006 al 30/05/2006 con cadenza settimanale, finalizzata a definire un livello di bianco ambientale (lo scrive Arpab ma non si riporta chiaramente l’autore del bianco ). Dal 2010 al 2012 le analisi pubblicate on-line riguardano solo i seguenti parametri: pH, Solfati, Solfuri, Solidi sospesi, Cloruri, Calcio, Magnesio, Ferro, Idrocarburi Totali. Ad oggi grazie all’impegno di pochi studiosi ed alcuni attivisti sappiamo che nelle acque di reiniezione si possono trovare un’infinità di sostanze: dall’alluminio e derivati, a metalli ferrosi e non, prodotti sintetici, traccianti (ammine) ma anche sostanze radioattive naturali o artificiali. La geologa Albina Colella ha pubblicamente parlato della presenza di colloidi d’alluminio nelle acque di Contrada La Rossa, quindi della elevatissima concentrazione di questo metallo (neurotossico) in misura assai maggiore rispetto alle medie della zona, quindi di probabile origine antropica così come la massiccia presenza di boro, bario, zinco, piombo, manganese etc.

Il mistero è fitto e la guerra in atto, silenziosa e burocratica, ma violenta ed estesa. Si combatte con le carte, vere o nascoste, con la guerra dei termini ma i morti e l’inquinamento sono un risultato purtroppo concreto. I riflettori sulla reiniezione sono accesi, meno sulla qualità delle condutture realizzate da Eni, Pisticci docet: ma le condotte Eni ricevono manutenzione? Che vita hanno e a quale azione corrosiva sono esposte? Ma queste domande non dovrebbe porle la magistratura? Se l’Eni scrive nel Local Report 2013 che ogni giorno vengono reiniettati 2500 mcubi nel sottosuolo ad oggi dal 2006, avremmo superato i 12 milioni di mcubi, quindi una diga di spazzatura petrolifera pronta a spostarsi nelle falde o silente sostenitrice anch’ essa dello Sblocca Italia?

Mar, 25/11/2014 – 17:32

 

http://basilicata.basilicata24.it/cronaca/ufficio-regionale-disse-reiniezione-costa-molina-2-15742.php

le parti successive dell’inchiesta su COSTA MOLINA 2: http://mondo.basilicata24.it/cronaca/oggi-sapore-liberta-sa-sangue-orrore-16125.php

 

 

Di Giorgio Santoriello

Laureato in Lettere, attivista amante della Basilicata ma poco dei lucani.